LA PAURA Ovvero essere pronti a tutto
Le Belle Bandiere
DI E CON Elena Bucci
CON BRANI TRATTI DA Venditori di paura di Ermellina Drei
SUONI E SENSORI Raffaele Bassetti
LUCE Vincent Longuemare
DISEGNI E DIPINTI ALLA LAVAGNA LUMINOSA Carluccio Rossi
MACCHINISMO Giovanni Macis
LAMPADE Claudio Ballestracci
PRODUZIONE Teatro Stabile di Napoli / Le Belle Bandiere con il sostegno di Comune di Russi / Regione Emilia Romagna Provincia di Ravenna
La paura non è affatto un tema nuovo, forse non è nemmeno un tema.
Il fatto che mi sembri l’emozione predominante di questi anni, qui, in Italia, ma forse anche più in là, non è una ragione per farne uno spettacolo. Nemmeno il fatto che sia uno strumento di potere più affilato di un coltello lo è. Ma se ascolto lo sgomento che provo di fronte alla violenza nascosta in molti gesti quotidiani, alla rigidità del camminare per strada, all’ombra di sospetto negli sguardi, se noto come l’ammirazione ceda il passo all’invidia, se mi stordisce l’apatia con la quale accogliamo anche gli eventi più drammatici, obliando le lotte importanti dell’ultimo secolo, se mi sembra che ogni gesto di invenzione si areni contro un muro di ragionevolissimi ostacoli, allora prende corpo una figura imperiosa e pallida, dallo sguardo vuoto di statua.
Cosa succederebbe se a comandare il mondo ci finisse la Paura, incoronata come Regina assoluta, capricciosa, impermeabile, madre, cattiva madre o matrigna? Forse quello che sta accadendo ora.
Ci sono paure quiete e operose, dolci e amorevoli che ci accompagnano come maestre nel corso della vita, e ci sono paure larghe e striscianti, spesso senza volto, che impediscono ai pensieri di volare e alle utopie di decollare. In certi momenti della storia la paura viene agitata come un vessillo, sveglia gli istinti peggiori e frena i migliori, chiude la visione sul futuro. Ci manipola, ciechi, e diventa uno strumento potente nelle mani di pochi. Cambia nome. Si veste di ragionevolezza, ragioni economiche, difesa, opportunità. Può diventare così subdola da indurci a credere che basti chiudere gli occhi per non subire miseria, morte e malattia. Può renderci così insicuri da non osare nemmeno sperare di essere felici. Può farci credere che la felicità si compri o si baratti, può illuderci di riuscire a possedere ciò che non ha prezzo. Può convincerci che sia meglio essere soli che solidali, vincitori o vinti anziché compagni, e più diversi di quanto non si sia uguali.
La Paura, quando diventa Regina, è bugiarda: svuota le parole di senso, le stacca dalla loro limpida concretezza e ne trasforma la forza creativa in strumento di potere.
Cerco allora una scrittura originale, basata sull’improvvisazione, lavata dalla verità del corpo e dalle relazioni dal vivo; cerco una sintassi composita che attinga al dialetto e alla poesia, al turpiloquio e al linguaggio dei sogni, al parlato quotidiano e alle frasi che sentiamo rimbombare in televisione, nelle conversazioni pubbliche, nelle interviste. Vorrei forzare il linguaggio “di copertura” che tutti sembriamo comprendere, per rinnovare al mio orecchio le parole stesse e le espressioni.
Vorrei varcare i limiti della decenza nell’uso dell’autobiografia e connettere i diversi codici artistici della musica, della danza, della visione.
E siccome sognare non costa niente, mi piacerebbe che, per uno di quegli errori che valgono più di tante congetture e pensieri, questo spettacolo, come un rito di esorcismo collettivo, cominciasse nel mistero di un suono e in esso finisse, come si dice sia accaduto per il nostro povero mondo.
Quale suono? E che ne so?
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